Tra i migliori che ho letto!
ma non lo rileggerei

La quarta estate

scritto da Casadio Paolo
  • Pubblicato nel 2015
  • Edito da Clown Bianco Edizioni
  • 222 pagine
  • Letto in Italiano
  • Finito di leggere il 28 giugno 2026
Con un viaggio avventuroso e dopo aver perso il bagaglio, la giovane dottoressa Andrea Dalvina Zanardelli arriva a Ravenna per andare a lavorare al sanatorio di Marina di Ravenna, dove sono curati i bambini "scrofolosi", provenienti dall'orfanotrofio. Siamo nel 1943. Dalvina proviene da un'agiata famiglia del Lago di Garda. Già il primo approccio la stupisce, quando le viene chiesto alla stazione se deve andare a Marina o in Abissinia. Poi c'è questo strano paesaggio, così distante dalla sua immagine del mare: <<una specie di palude, una pocia d'acqua crespa che s'intuiva profonda poco più d'una pozzanghera>>, e che si chiamano "valli" (o piallasse), come quelle dei suoi monti. Ne sentì sin dall'inizio il fascino, un <<fascino selvatico, (...) affaticato dal lavoro di povera gente, (...) la familiarità tra i marinai, il silenzio rispettoso con il quale si salutavano succhiando le pipe di coccio, e per tutto questo (...) si sentiva piuttosto a casa>>. A lei, la bella ragazza, <<dai capelli color albicocca>>, bastava poco: <<il suo carattere esigeva schiettezza, autenticità, perché sentiva di appartenere alle storie semplici>>. E così le piacque subito il sanatorio, <<la solarità assoluta del luogo, il frangersi continuo delle onde, il sapore di salsedine che s'incollava al corpo, (... la semplicità ordinata degli ambienti e la tranquilla operosità delle suore>>, dai nomi strani come Leopola, Nolasca, Zoefe, Benespera, Galizia: una comunità di religiose devote a Santa Dalmazia, ma sempre e soprattutto donne, con i loro segreti e i loro amori, non necessariamente rivolti solo a Cristo. Nell'arco di pochi mesi si sviluppa una storia "semplice", una microstoria rispetto alla grande storia che sta travolgendo l'Italia, dallo sbarco degli alleati alla caduta di Mussolini sino all'invasione da parte dei tedeschi. Fino all'8 settembre 1943, l'autore narra queste vicende tramite la pazzia del precedente medico del sanatorio, rimosso e ricoverato in ospedale perché si crede Benito Mussolini: un'abile metafora della follia che ha portato il nostro Paese alla guerra. Poi, a un certo punto, non è più possibile schermarsi dietro le inguaribili manie oratorie di un povero allucinato: << la parola "bombardamento" era appena entrata, con tutto il suo carico dirompente, nell'organizzato vivere del sanatorio. Quel che pareva stabile e perpetuo vacillava, non era più, e nessuna garanzia, nessuna immunità si poteva intravedere a ragion di logica>>. Per ancora un poco, noi lettori speriamo di essere immuni dalla guerra, e poter seguire Dalvina nella scoperta di sé stessa, del suo corpo desideroso di amore e del suo lato materno, che la lega indissolubilmente a un povero scrofoloso, non per compassione ma perché  << sentì quei sussurri insinuarsi nella carne, oltrepassare barriere e difese e rinnovare un disagio intimo e indecifrabile che l'indusse a trasalire, e non certo per la misteriosa origine delle parole>>. Ma su tutti noi incombe un destino, di cui è difficile discernere il senso perché non guarda all'Amore e alla Speranza: << le bombe non sono mica ubbidienti, e neppure intelligenti. Vanno dove vogliono.  (...) Voglia di sognare. E allora chissà, s'era inventata tutta questa favola di suore, mare e bambini. I suoi bambini>>. Queste sono gli ultimi pensieri di Dalvina. E se tutto fosse rimasto un sogno, forse si sarebbe salvata?

Paolo Casadio ha la capacità di partire da piccoli fatti reali, frutto di una ricerca attenta delle fonti, per costruire storie che hanno sempre un "Luogo" fatato, immerso nel mistero e nella magia. Nel romanzo "Il bambino del treno" è una piccola stazione sulla linea Faenza-Firenze, che fa da cornice ad un episodio realmente avvenuto. Nel successivo "Fiordicotone" il luogo è Lugo di Romagna, anche se la prova narrativa è meno riuscita di quella precedente perché l'autore si disperde su troppi temi e si discosta dalla sua scrittura morbida ed elegante, il pregio fondamentale di Casadio (si vedano le recensioni in questo sito). Qui, invece, l'autore romagnolo dà il meglio di sè: la ricostruzione dell'ambiente di Marina di Ravenna, così diverso da quello di oggi, dà al lettore sensazioni indecifrabili e fiabesche, ed è facile immagine quale ne sia stato il fascino per una colta ragazza del Nord; le personalità delle suore sono descritte con affettuosa ironia e ci sembra di vederle davanti, nelle loro passioni di donne e nella loro fede comunque tenace; e che dire dei bambini "scrofolosi", sempre più indisciplinati e vivaci via via che migliorano in salute (anche per le erbe delle Pinete); e poi quella chicca dell'allucinato che si crede Mussolini, divertente e tuttavia realistica. Forse, l'unico appunto riguarda la figura di Dalvina, tratteggiata con insufficiente approfondimento psicologico e sempre ricorrendo ad allusioni di ferite subite, che restano in sospeso e non ci permettono di comprenderne la personalità. Ed infine, noi lettori siamo delusi perché ci aspettavamo un lieto fine. 

Perché leggerlo? E' un romanzo bellissimo, una lettura piacevole e avvincente.

Altre recensioni che potrebbero interessarti

Fiordicotone

Casadio Paolo

Il bambino del treno

Casadio Paolo

Our man in Havana

Greene Graham